TORNARE ALL’UNITÀ SINDACALE

 

«Oggi i sindacati hanno perso peso. Tornare all’unità».

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Intervista ad Antonio Pizzinato. A cura di Alessandro Grandi - Eco di Bergamo 28 marzo 2015

Ormai è innegabile: il mondo del lavoro, e con esso i lavoratori, è cambiato. I sindacati hanno perso iscritti e oggi, coma mai prima, c’è la necessità estrema di ideare nuove strategie, idee, proposte. Ci sta provando Maurizio Landini, leader della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil, con la «sua» Coalizione sociale. Cosa che ha scatenato immediatamente il dibattito interno (ed esterno) al più grande sindacato del Paese. Questo è il pensiero di Antonio Pizzinato, che quel sindacato lo conosce bene, essendone stato il segretario generale dal 1986 al 1988. Oggi, Pizzinato è presidente onorario dell’Anpi Lombardia dopo una esperienza vissuta anche in politica, sia alla Camera sia al Senato. E l’ex sindacalista non è tenero con gli ultimi sviluppi relativi all’approvazione del Jobs Act da parte dell’esecutivo Renzi.

Come è cambiato il sindacato negli ultimi trent’anni?

«Siamo di fronte ad un mutamento profondo. Era un sindacato che aveva un ruolo determinante nei processi sociali che erano in corso. Faccio una premessa: allora avevamo ricostruito un processo di unità (dopo la rottura di San Valentino, ndr) che ci aveva consentito di fare intese, ad esempio, con il presidente Ciampi sul dialogo sociale. Avevamo avviato una nuova stagione».

Facciamo un’ipotesi magari un po’ assurda: se in quegli anni ci fosse stato un attacco all’articolo18 dello Statuto die lavoratori, così violento come quello che oggi ha portato alla sua abolizione, cosa sarebbe accaduto?

«Beh, posso dire che negli anni immediatamente successivi, quelli dell’era Berlusconi, dove c’erano Brunetta, Sacconi e altri a fare i ministri, si è avuto un tentativo concreto di attacco all’art. 18. La risposta è stata chiara: il sindacato – il segretario della Cgil era Sergio Cofferati – è sceso in piazza a Roma e ha organizzato la più grande manifestazione di sempre».

E ha avuto successo. Però oggi le cose sono cambiate.

«Oggi siamo in presenza di una politica di demolizione delle strutture legislative e contrattuali che tutelano i diritti dei lavoratori. Dal 1948 al 1969 abbiamo lottato e costruito le condizioni che ci hanno portato nel 1970 alla nascita dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Quella battaglia è costata 521 mila licenziamenti. E anche morti e feriti. Non dobbiamo dimenticare. Siamo arrivati quindi a uno Statuto che ha portato a costruire un sistema contrattuale e di diritti che era universale. Negli ultimi vent’anni si è iniziato a demolire questo sistema fino a arrivare agli ultimi giorni dove, a parità di lavoro, non si avranno più gli stessi diritti e gli stessi trattamenti».

Un’inversione di tendenza che riguarda tutti: lavoratori, imprese, politica?

«Penso che ultimamente si favoriscano di più le imprese rispetto ai lavoratori. Io ho iniziato a lavorare in fabbrica nel 1947 e ho imparato che a parità di attività devo assicurare parità di diritti di retribuzione e di futuro. Quello che sta accadendo invece, è il contrario».

Quindi?

«Ho fatto il sindacalista ma sono stato anche parlamentare alla Camera, al Senato e al governo. Quindi, non posso prescindere dalla Costituzione e dai regolamenti parlamentari. Se un governo, ma deve essere un fatto straordinario, emana un decreto legislativo, quando attua e definisce il dispositivo attuativo, deve rispettare e tenere conto delle opinioni del Parlamento. Tanto che prima di essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, deve essere inviato al Parlamento per sentirne il parere. Qui siamo di fronte ai primi due atti di attuazione del Jobs Act dove Camera e Senato, all’unanimità, hanno espresso dei pareri e richiesto modifiche a quel testo. Ma il governo ha preso le opinioni e le ha buttate nel cestino. Hanno approvato il “pacchetto”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, e hanno reso operative due norme del Jobs Act senza tenere conto di nessuna osservazione. In sostanza, non c’è un governo democratico che attua le indicazioni e le scelte che compie il Parlamento a maggioranza, ma che decide in contrasto con le opinioni espresse dal Parlamento».

Una sottile forma di dittatura 2.0?

«Siamo in presenza di un modo di operare che è il contrario delle regole di vita democratiche di un Parlamento e di una Costituzione come la nostra».

Come vede la scelta di Maurizio Landini, il tormentone è: scenderà in politica?

«Il segretario attuale della Fiom, Maurizio Landini che ho incontrato pochi giorni fa mi ha assicurato che non farà un partito politico e non ha nessuna intenzione di candidarsi. Landini farà il dirigente sindacale fino a quando scadrà il suo mandato. Considero la sua un’iniziativa apprezzabile e con caratteristiche positive. Ma secondo me per iniziare una nuova stagione di vittorie sindacali e ottenere sempre più uguaglianza, bisogna tornare all’unità sindacale». •

Alessandro Grandi